Contenuto principale

Messaggio di avviso

Questo sito utilizza i cookie per migliorare l'esperienza di navigazione. Se accedi a un qualunque elemento estraneo a questo banner, proseguendo la navigazione su questo sito, acconsenti all'uso eventuale dei cookie. In ogni caso puoi modificare la configurazione dei cookie attraverso i menu "opzioni" e "preferenze" dal tuo Browser. Per maggiori informazioni consulta la Cookie Policy.

Indice articoli

formecanestrelloDire che il canestrello rappresenta un “prodotto della tradizione”, a volte rischia di diventare un’espressione abusata, quasi retorica. Affinché non venga svuotata del suo significato originario, bisogna saperla utilizzare con cognizione di causa. Se a Vaie il canestrello viene considerato un prodotto della tradizione, un motivo c’è. E le interviste effettuate ad alcuni vaiesi lo dimostrano. Nelle loro memorie, il biscotto all’inconfondibile
aroma di limone occupa un posto importante. Al canestrello si legano storie e usanze di famiglia, ma anche di un’intera comunità. Frammenti della vita di un tempo, fatta di poche pretese, di semplicità e di attaccamento ai valori delle origini, della propria terra. Anni in cui vedere una cesta di canestrelli era sinonimo di festa.
Di qualcosa al di fuori dell’ordinario, capace di suscitare attesa. Oggi, perfettamente in linea con i tempi che corrono, possiamo averli quando vogliamo. Chi ha in casa i ferri del mestiere, con pazienza e passione si mette di buona lena e se li fa. Chi invece non li ha, più semplicemente se li compra, sicuro di acquistare un biscotto confezionato a regola d’arte, garantito e marchiato. Invece, una volta, il canestrello era un avvenimento. “Penso che tra le persone della mia età i ricordi legati al canestrello siano molto simili - racconta Ernesto Merini, sindaco per molti anni – in genere si facevano due volte all’anno, a San Pancrazio e a Santa Margherita, ma mica sempre. A Santa Margherita c’erano già le cipolle ripiene, dunque se si facevano una volta sola era sempre a San Pancrazio”. Che pur non essendo festa patronale, è sicuramente la ricorrenza più sentita dalla comunità di Vaie, molto devota al martire giovinetto a cui nell’800 la popolazione, sfuggita ad una tremenda epidemia di colera, dedicò il suo santuario di origine romanica.
“Di certo non si facevano né a Natale, né a Capodanno - prosegue - negli anni ’30, ricordo che mangiavamo le paste di meliga per le feste di fine anno e la focaccia all’Epifania. A San Pancrazio, invece, non c’era pranzo che non finisse con il canestrello. Cercavamo di farli durare un po’ di settimane, anche perché poi per un anno non ne mangiavamo più: per conservarli meglio e più a lungo li mettevamo in un recipiente di latta. Una volta non c’era molto da scegliere: il canestrello era un lusso. Solo dopo, già verso gli anni ’50, abbiamo cominciato a mangiare canestrelli anche in altre occasioni extra San Pancrazio”.